Le De.Co. come contemplazione del luogo.

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Quando mi si chiede cosa sono le De.Co., mi sovviene tutta una riflessione di stampo etnologico e culturale più in generale, che affonda radici profonde in alcuni aspetti salienti del concetto di Denominazioni Comunali.
La premessa di un tale discorso attiene alla comprensione della specificità del luogo e ad una conseguente più fluida comunicazione con chi quel contesto lo abita, cioè lo vive.
Le De.Co. hanno a che fare con l’ethos del luogo, esse rappresentano la traduzione in termini materiali di quello che è il “carattere” unico ed incisivo del posto. Un carattere che si riferisce alle strutture profonde della personalità, quelle – per intenderci – poco inclini al cambiamento per quanto restano impostate e sedimentate. Non a caso, in origine il “carattere” indicava uno strumento per incidere, una sorta di lama affilata che intaglia e lascia tracce.
Il loro essere quel che sono, e non altrimenti, acquisisce significato nel non poter rappresentare connotazioni geografiche differenti da quelle in cui sono nate: clima, latitudine e longitudine, colori, profumi, sapori. È un agognato mondo tangibile dei produttori, in cui vige una spiccata sensibilità ecologica insieme ad un forte radicamento. Esse rappresentano un bisogno di conservare e preservare prima che tutto venga contaminato, comprato, venduto, sradicato, omogeneizzato.
Le De.Co. rappresentano il senso figurato dell’agrodolce: quella cortesia di modi che non riesce del tutto a nascondere il fondo amaro del risentimento. È un “ressentiment” gentile, che volge lo sguardo a ciò che il proprio luogo di appartenenza può offrire al cospetto di un mondo che crede di evolversi involvendosi in dinamiche omologanti, mentre si schiude alla irrequietezza dei non-luoghi da globalizzazione galoppante. Le De.Co., invece, no. Esse restano forti ancoraggi che ricordano l’importanza del rispetto delle peculiarità del posto natìo.
Mi piace pensare che i prodotti De.Co. tutelino un afflato poetico non imitabile, benché tramandato nel tempo. Ogni cultura, ogni popolazione, ha il proprio clima romantico: bisognerebbe sempre possedere una retta comprensione del paese, in quanto le menti delle persone cambiano secondo la terra in cui vivono, perfino le piante e gli alberi e gli animali cambiano secondo la loro collocazione.
Il bellissimo concetto giapponese “Zuiho bini”, cioè “adattare le regole per adeguarle al luogo”, ci rammenta l’importanza di conoscere bene per comunicare altrettanto efficacemente. Nello specifico, “Zuiho” significa “a seconda del luogo”. “Bini” fa riferimento al rispetto delle tradizioni, degli usi e delle maniere del luogo.
È, in sostanza, una questione di stile. E “stile” deriva dal latino “stilus”, ossia l’affilato strumento usato per incidere i caratteri sulle tavolette cerate. Per forza di cose lo stile rivela il carattere ed è così difficile da cambiare: esso è il nucleo profondo entro cui si muove il genius loci (o daimon) del posto.
È questa delle De.Co. una lettura estetica ed estatica post ideologica che rifugge da ogni tipo di omologazione per preservare la propria essenza. In sintesi, l’obiettivo è adattare le condizioni, favorendo la crescita di tutte le persone coinvolte nel contesto specifico, al fine di creare nuovi valori, legittimandoli sulla base di un rispetto profondo per la tradizione e la cultura.

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