Dare valore all’ascolto per produrre più valore.

La Società 5.0 del Giappone.
18 gennaio 2018

Si doveva attendere l’avvento dei famigerati millennials per prendere in considerazione l’importanza del benessere psicofisico sul luogo di lavoro? O, piuttosto, questa è una questione antica come il tempo e di conclamata constatazione da chiunque si sia un minimo approcciato alle tematiche dello stato dei lavoratori?

Ieri in un articolo de “La Repubblica” si descriveva il prodigioso intervento in azienda del cosiddetto chief happiness officer, altrimenti identificato come “manager della felicità”. Costui è una nuova figura professionale che si preoccupa di mettere a proprio agio i lavoratori in azienda, al fine di incrementare l’esito positivo del rapporto direttamente proporzionale fra benessere e produttività.

Cose da fantascienza? Macché. Basta risalire agli antichi Greci, con Socrate e Platone, ed agli antichi Romani, con Seneca e Marco Aurelio, per fissare bene un paio di concetti.

È sufficientemente chiaro che l’ascolto costituisce la chiave di accesso ad ogni tipo di rivelazione?

Non stiamo facendo la scoperta dell’America! Anche se sembrerebbe di sì, visto che la Costituzione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America viene spesso menzionata come primo esempio politico in cui è stato esplicitamente dichiarato il diritto al “perseguimento della felicità” (Benjamin Franklin è stato il fautore di questo beneamato principio).

L’arte maieutica, di socratica memoria, non è altro che la traduzione in termini marketing, molto più contemporanei, di marketing concept, ovvero il principio che al centro del pensiero d’impresa ci sia la persona e non il prodotto.

Qualcuno potrebbe obiettare che un conto è il cliente, altra cosa è il lavoratore. Beh, no. E sapete perché? Perché colui che lavora è innanzitutto un uomo che prova dei desideri e decide di orientare il proprio tempo libero verso uno stato di benessere che lo porti a vivere, cioè ad affermare se stesso. Avvalendosi di una soddisfazione intrinseca, la persona agisce collaborando meglio e senza risentimento. In sostanza, se le aziende non iniziano a comprendere la vera qualità dell’otium dei dipendenti, probabilmente ci si ingarbuglierà ancora entro dinamiche sindacali irrisolte e macchinose quanto il cul de sac in cui ci si ritrova quando si decide in maniera unilaterale ed affatto lungimirante.

Ebbene, si vuol dare una svolta al sistema produttivo rendendolo più operoso? Si faccia in modo che chi lo vive quotidianamente in tutte le sue più recondite sfaccettature, sia in grado di dire la sua secondo uno schema semplicissimo: adottare nuove dinamiche relazionali all’interno del sistema aziendale per renderlo più olistico, cioè maggiormente orientato sulla persona.

Non è un caso che l’ascolto sociale (che può diventare uno strumento competitivo efficace), la “netnografia” (lo studio delle comunità internet in cui, oggi più che mai, si dà sfogo alle proprie osservazioni sui vari temi) e la ricerca empatica (ossia una progettazione incentrata sull’uomo), siano diventati i capisaldi della cosiddetta “antropologia digitale”: un nuovo modo di intendere il nesso tra umanità e tecnologia alla luce di un mondo che sta cambiando la prospettiva finora dominante.

Sulla scorta di questo quadro mondiale, si pensi che in Italia la produttività è più bassa rispetto a Paesi come Francia e Gemania: si lavora più ore, ma si produce di meno. Negli altri due Paesi europei il monte ore complessivo nell’arco di un anno è più basso ma molto più redditizio.

Come mai? In quanto si è compresa la logica del lavorare bene senza l’obbligo contrattuale di lavorare di più. Il collaboratore che sappia gestire il proprio tempo rispettando le regole aziendali del fare meglio stando meno ore in turno, saprà produrre in maniera più creativa e partecipativa.

È necessario avere uno psicologo accanto per rendere tutti più consapevoli di una logica così essenziale? Ma no! Da che mondo è mondo, coloro che sono stati ascoltati hanno donato il proprio contributo in maniera più professionale, esaustiva ed entusiasta.
Torniamo alle nozioni basilari di un marketing contemporaneo di origine classica e ne vedremo delle belle!

Comments are closed.