L’estasi in ciò che vedo.

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Grazie al mio lavoro ho la fortuna di percorrere spesso tanti chilometri in giro per l’Italia, da nord a sud, ed anche all’estero. Che si tratti di viaggiare in treno, in auto o in aereo, per me l’importante è gustare appieno lo splendore del paesaggio. Sono solito voltare lo sguardo a destra e a sinistra dei finestrini, seguendo il soddisfatto volteggiare dei miei occhi fra uno scorcio e l’altro. Ogni volta, anche se quella stessa strada l’ho percorsa in precedenza, ciò che scorre davanti mi richiama alla mente l’ordine di un’eccellenza straordinaria dovuta al suo essere particolare ed unica. Ogni percorso è talmente peculiare nel suo essere un insieme non sistematico di panorami sempre differenti, da offrirmi un moto perpetuo di sensazioni dell’animo. Se dovessi riferire ciò che ammiro, non descriverei come ciò che vedo si presenta ai miei occhi, bensì racconterei la sensazione che ciò che ho visto ha creato nel mio cuore. In sostanza, cercherei di annoverare, seguendo un certo movimento dell’animo, la cosiddetta “sensazione del momento”, quel gustoso scintillìo dello sguardo che conduce ad una spontanea meraviglia. I momenti, intesi come gli istanti in cui l’animo percepisce il suo essere grazie alle sensazioni, arrivano irregolarmente, seguendo l’estasi dell’ammirazione del bello e del suo superlativo.
In quanto cultore della materia territoriale mi sento naturalmente proteso verso una vera e propria passione nei confronti di tutto ciò che esprime il valore dei luoghi. La “grammatica del bello”, che cerco di applicare in materia di valorizzazione del territorio, attiene alla contemplazione della concomitanza degli sguardi simultanei sui particolari, dai quali deriva una speciale emanazione di piaceri. Spesso penso che la voluttà dei luoghi si esprima in una polifonia sensoriale di impressioni, a volte puramente eidetiche (cioè in grado di esprimerne l’essenza grazie all’immagine), quasi sempre, invece, di carattere più meramente d’impatto grazie ai sapori, ai profumi, ai silenzi o ai suoni. Ogni particolare provoca esattamente l’effetto per il quale si scatena il desiderio di conoscere, e che, almeno in una prima fase, è difficile raccontare. È come se succedesse una sorta di innamoramento plurale, per il quale il soggetto che guarda possa letteralmente provare un’estasi estetica, psicologica e quasi metafisica di ciò che ammira (una sorta di sindrome di Stendhal). La pluralità dei luoghi, da cui via via si è attratti, conduce l’attenzione con medesima enfasi da un oggetto all’altro dello sguardo nel mentre il procedere del viaggio li presenta. La naturalezza, che sgorga da una somma di piaceri estetici discontinui e preziosi, produce effetti estatici le cui cause attengono esclusivamente a quel sottile scambio di amorosi sensi fra me, osservatore, e l’oggetto ammirato.
È sempre difficile riprodurre nei termini di racconto ciò che, invece, adduce ad una narrazione più approfondita e che riguarda una sorta di “affinità elettiva” fra me e ciò che di quello spazio mi ha veramente colpito nel momento in cui sono entrato in contatto visivo-contemplativo con esso. Perché, è vero che ogni luogo ha la sua peculiarità per la quale viene universalmente riconosciuto come unico, ma è altrettanto vero che, poi, il ricordo di esso, affinché acquisisca valore per me (per noi), condurrà a parlare di com’è, in quanto parlando di quel che ho visto, parlo veramente di me stesso: parlo di quell’altro in cui, in quel preciso momento, ho ri-trovato me stesso. È come se la straordinarietà della differenza ammaliasse la parzialità di un pensiero timido (quasi annoiato dal proprio sé), che all’improvviso si ri-trova a contemplare qualcos’Altro, nel quale ci si immerge magicamente.
Poi, trascorsa l’estasi del momento, ci si sveglia dall’incantesimo e con una certa razionalità derivante dal sentirsi libero, finalmente, ascoltato il “genius” naturale del luogo, si traccia la trama di un’utopistica narrazione di ciò che si è amato.

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