Dedicato agli amici di Gela.

Il plus-valore della fiducia.
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Ecosistemi come personalità giuridiche.
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Ringrazio tutti gli amici di Gela per la calorosa accoglienza!

Il lavoro nobilita l’uomo, si dice.
Ciò è senz’altro vero, sebbene il nobilitare consista nel rendere felice il soggetto quando svolge il mestiere dei propri sogni, o quando si ricevono soddisfazioni, o quando non si è costretti a lavorare per sopravvivere ma, al contrario, per esprimersi autenticamente.
E, allora, davanti ad una platea di insegnanti incuriositi dalla mia presenza e speranzosi di trovare nelle mie parole una chiave fiduciosa di novità, mi chiedo – fra me e me – quanto possa valere un qualsiasi discorso basato sui dati scompensati del mondo lavorativo di oggi o quanto, piuttosto, un monito ad inseguire le proprie propensioni personali.
Oramai, il tema dell’evoluzione del lavoro in seguito ad uno spiccato utilizzo della tecnologia sta diventando ricorrente e soprattutto preoccupante. Sarebbe il caso di approfondire cosa si intende davvero per “evoluzione”, in quanto sappiamo bene che il mondo sta cambiando – lo fa da secoli ed è inevitabile – purché, però, l’uomo riesca a restare “nel” mondo in qualità di attore protagonista.
L’uomo non può né deve dimenticare il suo ruolo di soggetto etico. Sicché, laddove il progresso sfrenato della tecnologia sta ribaltando il rapporto uomo-macchina, tanto da allertare oggettivamente chiunque si occupi di dinamiche sociali ed occupazionali, si verifica, per converso, un fenomeno di maggiore attenzione alle facoltà creative della nostra specie ed agli effetti che ne sortiscono.
L’aula dei miei interlocutori era composta da tanti docenti, tutti ugualmente preoccupati per il futuro dei nostri figli, e di comune accordo rispetto allo scenario inquietante dei nostri tempi: quello dell’imprevedibile. Il punto focale è stabilire che ciò che deriva dall’eccesso del potere di fare dell’uomo è decisamente maggiore a quello di prevedere e quindi di valutare e giudicare. In sostanza, dinanzi alla minaccia della possibile distruzione della specie umana, a causa della sopraffazione delle macchine, occorre ristabilire il valore della mente umana intesa come massimo strumento di attuazione della umanità degli individui, anche per ciò che attiene lo sviluppo inequivocabile del mondo del lavoro.
In effetti, ed ecco in che modo i miei uditori mi hanno sostenuto avvalorando le mie tesi, si allerta la necessità di tornare all’otium creativo dell’uomo, ossia a quella capacità, che soltanto lui può avere, relativa alla relazionalità con l’altro, sia in un processo di identificazione di sé, sia in un percorso qualitativamente proteso a far sì che la tecnologia avanzante diventi un mezzo per stare tutti un po’ meglio di prima.
In questo senso, e soltanto con questa prospettiva, si dimostra che la creatività della società odierna è, più che mai, una qualità proferita all’interno di contesti complessi e che, tuttavia, non possono trascendere da quella massiccia rete di cellule elettriche che permette agli individui di formare nuove connessioni tra vecchie idee.
Bisogna capire che la creatività sarà in eterno la capacità vincente dell’individuo in grado di sfruttare al meglio la propria intuizione nella chiave di un’immaginazione che ispira (o che “soffia dentro”) l’anelito dell’innovazione.
Dopotutto l’impulso creativo, che è appannaggio di chiunque avalli il proprio estro, è integrato nel sistema operativo della mente umana, come se fosse scritto nel suo codice di programmazione più profondo. In ogni momento il cervello è intento a formare nuove associazioni, a connettere qualche x di tutti i giorni con una y inaspettata.
È questo il senso del mio intervento, perché, in fondo, checché se ne dica, l’alternanza scuola-lavoro ha per certi versi dato un tocco di contemporaneità alla scuola italiana, ma non si potrà mai prescindere per davvero dall’ascolto dei giovani e delle loro ambizioni. Perché saremo un Paese di successo soltanto quando avremo dato ai nostri figli la vera ed oggettiva possibilità di dar sfogo al proprio daimon interiore, a quell’animus forte e vigoroso, la cui soddisfazione consentirà la reale felicità delle nuove generazioni.

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