La Amatriciana come estetica del bello.

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La sagra della Amatriciana, nel corso di questi tre giorni, ha contemporaneamente alimentato miglialia di persone giunte sul posto per l’evento, ma anche gli animi di coloro che, nel convivio di questa festosa occasione, hanno letteralmente “vissuto insieme”. “Mangiare insieme” è infatti un forte indicatore di come il gesto di preparare il cibo per nutrirsi tutti insieme sia un fatto fondamentalmente culturale. Da sempre il cibo, oggetto fruibile in senso comunitario e quindi strumento di socializzazione, costituisce un linguaggio, ossia un codice di comunicazione, attestante tradizioni ed identità, autorappresentazione e scambio culturale.
Il cibo, infatti, è da sempre strumento di autodeterminazione, di ricostruzione, di relazione, di definizione. L’evolversi della storia dell’uomo lascia la sua impronta in quei piatti, sicché il nutrimento non è solo necessità biologica ma soprattutto culturale.
Il valore simbolico del cibo mantiene saldo l’attaccamento alla terra d’origine rendendola il luogo per antonomasia, il contesto in cui il soggetto ha forgiato la propria identità accrescendo la riflessione sui valori che quei particolari prodotti, peculiari di quel territorio, consentono di corroborare entro una circostanza non soltanto godereccia, ma, di certo, più propriamente estetica.
E, dunque, trattandosi di una vera e propria produzione artistica che ha per oggetto il bello, la idealizzazione del famoso piatto, oggetto della sagra, è di natura simbolica, nel senso che, inventandosi in maniera sempre puntuale, di fatto si proietta verso l’infinito. Si tratta di quello spirito che va incontro, che ri-scopre la ricetta dei propri nonni, delle persone care che ne hanno tramandato la cura degli ingredienti, che rievoca il sapore di quelle relazioni interpersonali che danno alimento all’anima.
In sostanza, il vero nutrimento per la vita, trattandosi di aver fame e sete in ogni sua accezione, è offerto dal tutt’uno che la materia (in questo caso il piatto tipico così come si presenta) costituisce con la propria forma (la Amatriciana preparata esclusivamente con i prodotti locali per suffragare qualità e specificità di un’opera d’arte puramente De.Co.).
Questa sagra, si può ben dire, è significante qualcosa d’altro rispetto alla propria immediatezza; essa rappresenta la mediazione di qualcosa che si fa sul territorio, e che fa, cioè rende attivo, il territorio perché lo connota. Dietro tutto questo, naturalmente, occorre ricordare la centralità della filiera produttiva, che è imprescindibile. E per fare ciò bisogna tornare a raccontare che cos’è un prodotto, che cos’è quel piatto.
La bellezza dell’evento concerne una maniera “antica” di ri-vivere un nuovo tempo, questo tempo ri-trovato. Ricordare il legame con la terra, con la comunità e con il territorio (costituito da natura, animali e uomini) non potrà essere in contrasto con gli orpelli della vita moderna, tutt’ al più ne avvalorerà l’accesso alla conoscenza ed una comunicazione più vera.
Complimenti, Amatrice!

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